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VIOLENZA SISTEMICA E VIOLENZA DI RISPOSTA: riflessioni

VIOLENZA SISTEMICA E VIOLENZA DI RISPOSTA

Riflessioni

In questo periodo dove grandi manifestazioni stanno attraversando le strade delle città di tutto il mondo, continuiamo ad assistere a dichiarazioni allarmiste da parte dei media e della politica , sulla diffusione della cosiddetta “violenza” della sinistra. Chi non ne condivide le rivendicazioni si scandalizza e condanna. Chi le condivide invece, troppo spesso si dissocia da pratiche scomode da difendere, attraverso la retorica degli infiltrati, o del “sono solo pochi facinorosi che sfogano frustrazioni personali e non hanno niente a che vedere con certe istanze›› . arrogandosi il diritto di determinare chi fa parte davvero di una lotta e chi no. Forse è troppo scomodo menzionare il fatto che quella più che frustrazione personale è rabbia popolare, senso della giustizia che esplode, e deriva da qualcosa di sistemico.

Ma poi, cosa si intende con violenza? Esiste davvero la non violenza? O forse esiste solo la capacità o meno di distinguere tra varie forme di violenza? Davvero vogliamo mettere sullo stesso piano la violenza che proviene dall’alto, insita nel sistema e pratiche che provengono dal basso come protesta di fronte a questa violenza? Possiamo paragonare la violenza agita sugli  esseri viventi a quella agita su oggetti o proprietà? Soprattutto quando queste proprietà sono i simboli per eccellenza di brutalità e oppressione? Come ad esempio una banca che finanzia un genocidio e investe in aziende che sfruttano e che distruggono il nostro pianeta? È più violento finanziare un genocidio o scrivere sul muro di un azienda che lo finanzia “stop al genocidio”? Sembra stupido eppure viene da chiederselo. È violenza questa o può essere visto come un modo per attirare l’attenzione su qualcosa di davvero atroce ma di cui nessuno si sta occupando? Vogliamo veramente seguire le direttive supreme e rigare dritto nella speranza che dall’alto cadano delle briciole? Come suggerisce Bühler manifestare silenziosamente sui marciapiedi senza dare fastidio? O accettare che politici nostrani diffondano indisturbati la loro narrazione a difesa di uno sterminio? Come potrebbe cambiare le cose? Sul serio stiamo fingendo di non capire che chi è comodo non si muove, a meno che non si senta davvero sotto pressione?

Non sorprende in effetti che questa distinzione tra violenza sistemica o istituzionale, e contro violenza “di difesa”, sia difficile da operare per chi è solito considerare la proprietà privata e le merci come più importanti di alcune vite, e la libertà di mercato come più preziosa della libertà delle persone. Ancor più complicato per chi, oltre a dei valori corrotti, possiede l’arroganza di giudicare – con un ottica colonizzatrice – come ingiustificatamente violente le pratiche di resistenza di popoli oppressi da anni di soprusi, come quello curdo o quello palestinese.

Continuare a concentrarsi su questo inutile dibattito, o professare la non violenza come unica via serve solo a delegittimare intere lotte. La presunta violenza è solo il pretesto più facile a cui aggrapparsi, ne troveranno un altro appena necessario. E soprattutto,serve a deviare l’attenzione dal vero problema. E Il vero problema è che la violenza è già ovunque. Solo, che c’è chi ha il privilegio di non accorgersene o l’egoismo di non preoccuparsene.

Violento infatti, è un sistema in cui la ricchezza è concentrata nelle mani di pochx sulle spalle di moltx, che genera margini. Dove nove decimi dell’umanità vive in condizioni pessime e lavora per fornire il lusso ad un pugno di fannulloni. Violento è un sistema in cui chi devia, chi non è produttivo, è tagliato fuori. Violenta è una società che si impone e si mantiene in vita attraverso la violenza: polizia, militari, guardie di confine, secondini, leggi anti-immigrazione ecc. Violento è chi costruisce muri per fermare persone spesso costrette a migrare proprio a causa di un sistema basato sulla devastazione e lo sfruttamento, chi pianifica deportazioni di massa, porta avanti guerre economiche e militari e saccheggia mezzo pianeta. Violenta è un società che discrimina ed esclude in base a orientamento sessuale, identità di genere, alla forma del corpo, allo stato di salute fisica e mentale, o la classe di provenienza.

In questo mondo al contrario, è chi si preoccupa di tutte queste ingiustizie a pagarne le conseguenze, non chi le causa o le avalla. Come tante compagne illegittimamente incarcerate o come chi pagherà le conseguenze del bollare i movimenti antifascisti come terroristici. Già. Un mondo al contrario. Combattere il fascismo è un atto terroristico e insegnare a scuola il rispetto dei diritti umani è un pericoloso indottrinamento.

Il giochino diffuso in tutto l’Occidente di accusare la sinistra radicale, definendola estrema, di essere violenta per natura o per puro sfogo personale è ridicolo e intellettualmente disonesto. Ma fa comodo a molti. Infatti è sempre e solo la cosiddetta violenza della sinistra ad essere condannata, perché la radicalizzazione di destra non è pericolosa per chi comanda. Gli “estremisti” di destra non sono estremisti: sono una parte del discorso del potere che si traveste da rivoluzione, così da nascondere alle persone che si tratta dello stesso conservatorismo di sempre, solo con nomi diversi La radicalizzazione della sinistra invece fa paura perché aspira a un mondo libero e solidale per tuttx, capace di ribaltare le gerarchie e far vacillare i privilegi di chi la condanna.

Quindi, possiamo smettere di guardare il dito e iniziare a guardare la luna? Davanti a tutto quello che sta succedendo nel mondo, che ognuno risponda con le modalità che più gli appartengono. Perché il contrario di non violenza non è violenza, ma pluralismo di metodi. Ci servono tutti. Quindi, facciamo rete — ognunx con i propri strumenti, per costruire un sistema orizzontale, dove nessuno sta sopra e nessuno resta indietro.

E non lasciamo che la nostra rabbia venga soffocata dal timore di strumentali accuse, incanaliamola: è energia viva, è l’emozione che ci svela l’ingiustizia e ci dà la forza di trasformarla.

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