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COMUNICATO – Flash mob pacifico sotto osservazione

 

Flash mob pacifico sotto osservazione

Sabato 7 marzo alle 14, meno di una ventina di persone si sono radunate in piazza Manzoni a Lugano per un breve flash mob pacifico. L’iniziativa si è svolta senza incidenti, ma ha attirato un’attenzione sproporzionata delle forze dell’ordine già durante l’evento.
Proprio mentre il presidio era in corso, due persone sono state aggredite da un individuo che si opponeva al messaggio che si stava mandando, sulle strisce pedonali tra il McDonald’s e la fontana di piazza Manzoni, sotto gli occhi diretti della polizia presente sul posto con agenti e furgoni, inclusi mezzi antisommossa.
Le forze dell’ordine non sono intervenute per proteggere le vittime, nonostante la vicinanza e la visibilità della scena – un’inerzia che stride con il loro dovere di tutela immediata della pubblica sicurezza.

Pedinamento e identificazioni post-evento:
la polizia mente

Al termine del flash mob, la polizia ha proseguito con pedinamenti mirati e insistenti nei confronti di alcunx partecipanti – dopo averli monitorati tramite telecamere – culminati nell’identificazione di 5 persone in 3 contesti diversi.
Ancora prima di ammettere di star seguendo le persone, gli agenti chiedevano provocatoriamente “perché non chiedete l’autorizzazione per manifestare?”, insinuando un’illegalità inesistente che loro stessi dovrebbero conoscere bene, dato che fa parte del loro lavoro studiare la Costituzione e il codice penale. Non sembrerebbe, visto che continuano a fare domande e affermazioni non poco ignoranti per il ruolo che ricoprono.
Inizialmente, quando interrogati sull’ambiguità di questi fermi selettivi, le forze dell’ordine hanno negato di star “controllando le telecamere tutto il giorno” liquidando il tutto come “semplici controlli”. Solo timidamente, sotto pressione, hanno ammesso che non era un caso essere lì – confermando un pedinamento deliberato che non può essere spacciato per routine poliziesca.

Questo approccio selettivo – tollerare l’evento in piazza, non intervenire durante un aggressione fisica avvenuta di fronte a loro per poi passare a un controllo serrato e personale solo dopo – non solo suggerisce un’intimidazione calcolata, ma rivela un comportamento della polizia che privilegia la sorveglianza politica sul mantenimento reale dell’ordine pubblico, arrivando a mentire per coprire le proprie azioni e mostrando lacune di base sul diritto.
Se l’obiettivo fosse stato sciogliere un raduno problematico, con agenti e furgoni già schierati attorno alla piazza, l’intervento diretto sarebbe stato immediato e logico.
Invece, la polizia adotta una geometria variabile scandalosa: ignora aggressioni reali sotto i propri occhi durante il presidio, per poi “sentire la necessità” di pedinare e identificare pacifichx manifestanti con un’ossessione che sa di rappresaglia.
È un’azione che mina la fiducia nelle forze dell’ordine, trasformandole da protettrici a controllori selettivi del dissenso.

Il legame con il 21 febbraio: un pattern repressivo

Questo episodio richiama il dispiegamento eccessivo del 21 febbraio, quando oltre 200 agenti – tra cui reparti antisommossa dalla Svizzera francese – hanno circondato piazza Manzoni per un presidio antifascista pacifico di 200-300 persone, con minacce di sgombero violento, droni e videoriprese, senza reali disordini.
Il Municipio di Lugano, con questi dispositivi sproporzionati, spreca soldi pubblici inutilmente, danneggiando la reputazione di chi difende diritti umani e il diritto alla manifestazione.
Ma é la polizia, con la sua gestione ambigua, provocatoria, bugiarda e legalmente approssimativa, a eseguire materialmente questa linea repressiva, esponendo l’amministrazione al ridicolo e privilegiando la repressione sul dialogo democratico.

Il mito dell’autorizzazione e domande senza risposta

Manifestare è un diritto costituzionale protetto dall’art. 22 e dall’art 16 della Costituzione svizzera, che garantiscono la libertà di riunione e opinione. La “non autorizzazione” non significa “illegale”: l’autorizzazione comunale rappresenta una mera formalità. Le autorità devono rilasciare l’ autorizzazione ed eventualmente proporre alternative, quando un interesse pubblico o la protezione di diritti fondamentali altrui lo giustificano.
Di fatto l’autorizzazione ha uno scopo solo pratico/logistico.
Non c’entra nulla con il semplice ritrovarsi pacificamente in piazza, che non richiede “permesso” preventivo.
Polizia, Municipio, politici attraverso la campagna (propaganda?) mediatica continuano a distorcere questo diritto fondamentale, appellandosi all’autorizzazione come alibi per criminalizzare il dissenso. La situazione rimane paradossale, dato che le stesse autorità che criminalizzano il dissenso, sono le stesse competenti per il rilascio delle autorizzazioni, che nel caso di Lugano corrisponde addirittura a un termine di sei mesi.

Vista la situazione geopolitica, manifestare, in quanto diritto fondamentale, diventa una necessità slegata dalle logiche formali, burocratiche e repressive.
Considerati l’atteggiamento del Municipio e il pedinamento della polizia, sorge spontaneo chiedersi quanto sia sicuro per i cittadini richiedere formalmente un’autorizzazione e in che misura tale condotta possa accentuare l’oppressione di certe opinioni.
X cittadinx meritano chiarimenti: perché la polizia ignora aggressioni reali sotto i propri occhi, mente sui controlli telecamere, pone domande ignoranti sul diritto di manifestare e poi identifica chi manifesta con tale accanimento?
Chi ordina questi dispositivi costosi e opachi, che trasformano le forze dell’ordine in strumenti di intimidazione?
Il Municipio dovrebbe abbandonare queste pratiche per non ridicolizzarsi ulteriormente.