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PACE FRA GLI OPPRESSI, GUERRA AGLI OPPRESSOR

COMUNICATO SOA IL MOLINO PRIMO MAGGIO 2026

La citazione è ripresa dalla canzone “Addio Lugano bella” di Pietro Gori, comparsa sui muri di Roma, dopo che due compagni – Sara e Sandro – hanno perso la vita nell’esplosione di un ordigno in costruzione. Frase per cui, la questura di Roma, ha fatto scattare il divieto di ricordarli, in una giornata a loro dedicata, fermando preventivamente 91 persone e vietando ogni commemorazione, per una questione “di sicurezza nazionale”.

La lotta fa paura alle Istituzioni. E chi contro questo sistema si ribella deve essere silenziato e impossibilitato dal farlo.

Noi continuiamo però a credere che solo lottando possiamo cambiare lo stato delle cose e che quella frase abbia oggi un’importanza ancora maggiore.

Se parliamo di lavoro oggi, ad esempio, le forme che esso può assumere sono svariate, stratificate, contraddittorie. Nel mondo del lavoro capitalista vi è un fine redditizio, con la presenza di capi e padroni a dettare tempi, ritmi e valore. E per di più il lavoro si fonda strutturalmente su guerre, patriarcato, sfruttamento, depredazione ambientale e animale, colonialismo, razzismo, imperialismo, producendo al contempo anche danni profondi alla salute mentale e fisica: un vortice di violenze dalle infinite sfaccettature.

“Il lavoro salariato oggi è più violento che mai, anche perché tutte le strutture di protezione che la socialdemocrazia gli aveva attribuito stanno fatalmente crollando”. Indirettamente ce lo conferma la stessa capa della società degli impresari ticinese che, in un’esemplare quanto cinica intervista a La Regione, si scaglia contro i tentativi della sinistra di frenare il dominio totale del capitale. Con una semplicità irritante quanto arrogante, si dice infastidita per i continui referendum che rivendicano migliorie (in particolare contro il dumping e per casse malati più eque) che rallenterebbero lo sviluppo del paese, facendoci restare in una subalternità vittimistica. Eccola confermata la violenta logica di sfruttamento e di dominio della classe dirigente e di come ormai “ci si batta solo per essere sfruttati in modo misero, senza alcun orgoglio e solo per paura della miseria”.

Esiste però – ed è esistito concretamente – un pezzo di questa città in cui il lavoro – inteso come relazioni sociali e produzione favorevole e propositivo per la comunità e non come estrazione di profitto – ha preso tutt’altra direzione. Un luogo in cui autonomia e autogestione non erano slogan, ma pratica quotidiana determinata fatta di tentativi, confronti, errori, rimedi, relazioni vive, dinamiche sociali diverse, per fuori uscire – almeno un minimo – dalle logiche economiche del sistema capitalista.

Quel pezzo di città si chiamava Molino. Per più di venticinque anni un centro sociale autogestito, uno spazio sottratto alle logiche dominanti e restituito autonomamente alla collettività. Sgomberato e demolito nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2021. Non una fatalità, ma una scelta politica precisa della città di Lugano e di chissà chi altro. Ma le idee non si sgomberano e i sogni non si demoliscono, anzi: continuano a seminare, germogliare, fiorire, sbocciare e ri-nascere tra le rigogliose macerie e oltre.

Il 4 maggio, dopo ben 5 anni, quelle macerie le porteranno via. Sta volta tengono a precisare, in tutta sicurezza e legalità: avvisando la popolazione, rispettando le norme e a orari precisi. A dimostrazione che legalità e sicurezza non son nient’altro che questione di convenienza: su cui far leva e da rispettare quando fan comodo; questione di nessuna importanza e facilmente aggirabile per imporre la propria visione del mondo e per buttare a mare ciò che non piace o non fa comodo.

In questi giorni in periferia di Roma un altro spazio sociale e di lotta, occupato da 35 anni, di fondamentale importanza per tutto un quartiere popolare e per le dinamiche di una città – il Laurentino Okkupato L38 – dopo mesi di minacce e tentativi, è stato sgomberato. Alle compagne e ai compagni va tutta la nostra vicinanza e solidarietà. Perché gli spazi liberi e liberati servono anche a questo: a creare comunità dove altrimenti restano individui isolati, a dare respiro a chi non trova posto nei circuiti ufficiali, a rendere possibile una cultura non selettiva né escludente, accessibile a tutt*, a creare alternative concrete al sistema capitalista e a un mondo del lavoro inserito in un sistema che ormai sta collassando su stesso. Ed è proprio per questo che danno fastidio: dove nascono relazioni autentiche, nasce consapevolezza e dove c’è consapevolezza, il controllo si incrina.

Non è nostalgia: è una questione politica.

Allo stesso modo il Primo Maggio: non una festa nostalgica ma una questione politica per cui continuare a lottare con concretezza e determinazione. Che celebriamo, certo. Ma il lavoro non è solo contratto, salario, orario. È anche la capacità di decidere insieme come organizzarsi, cosa produrre, per chi e a quali condizioni. E invece si ritorna sempre allo stesso nodo: classe e gerarchia economica. Alcunx valgono, altrx no. Alcunx accumulano e sperperano, altrx sopravvivono o muoiono, così il lavoro: da possibilità, diventa violenza che travolge, svuota e consuma. Il discorso sulla sicurezza poi si intreccia con quello del lavoro in modo sempre più tossico. In tempi di fascismi di ritorno e di nuovi colonialismi, quando si parla di confini, di deportazioni mascherate da “remigrazione”, di divisioni costruite per colpire e isolare, si colpisce non solo chi fugge da guerre e catastrofi ma pure lavoratrici e lavoratori già inseriti nel tessuto produttivo, in Ticino e in Svizzera, in nome di una presunta difesa identitaria.

Lo sfruttamento non conosce confini e la solidarietà neppure!

Al contempo il rifiuto del lavoro – quello che spezza le vite e ruba il tempo – può diventare anche un privilegio. Non tuttx possono permetterselo! L’istituzione obbliga a stare dentro questo sistema e chi un lavoro non ce l’ha, è anche logico che ambisca ad averlo. Parlare quindi solo di rifiuto del lavoro senza guardare a chi non ha il privilegio – o la rete – di decidere se averlo o meno (o lo subisce in condizioni di semischiavitù), rischia di svuotare il discorso. Per questo la rivendicazione deve restare sistemica, imprescindibile: la dignità a non essere ridottx a ingranaggi e, insieme, la possibilità universale, per qualsiasi persona, a un lavoro dignitoso, scelto, autodeterminato.

Anche la cultura e la sua produzione possono entrare in queste logiche. Da parte nostra la questione culturale è inscindibile da quella sociale e politica. Da qui il rifiuto di padroni, ingerenze o controlli di sorta. Da qui la rivendicazione di spazi, anche lavorativi o di autoproduzione, ma dove sia l’autogestione e una gestione collettiva a definirne le modalità e gli scopi. Spazi di controcultura, lontani dall’ufficialità istituzionale e dalla sua volontà di recuperare e di ammiccare ad esperienze “alternative”. A essere sotto attacco oggi è la cultura viva, che nasce dal basso, che crea legami invece che biglietti, che mette al centro le persone e non il profitto. Mentre gli spazi autogestiti fanno paura: perché creano comunità invece che isolamento, insegnano a organizzarsi invece che obbedire, aprono possibilità invece di chiuderle.

Questo proprio quando il Municipio di Lugano si autoproclama “capitale culturale”: un’ulteriore beffa all’intelligenza in cui, chi da sempre osteggia, reprime e mette i bastoni tra le ruote a laboratori ed esperienze di cultura dal basso, che ne preclude gli spazi – anzi li abbatte sistematicamente se in odore di riutilizzo “culturale” – e le cui politiche sono unicamente orientate a una cultura elitaria, borghese e radikal chic, persegue nei suoi giochetti ambigui e disonesti.

Ecco allora perché oggi esserci conta: con i corpi, con la presenza, con le relazioni. Perché ogni spazio chiuso è un messaggio a non incontrarsi, e ogni incontro è già una risposta di resistenza. Perché se da una parte si invoca cultura, dall’altra si eliminano gli spazi che la rendono possibile. Se da una parte si parla di futuro, dall’altra si svuotano le condizioni per costruirlo. Se da una parte evoca il disagio giovanile, dall’altra i giovani scappano dal Ticino. Se da una parte gli anziani vivono in solitudine, dall’altra sono quelli che popolano maggiormente il Cantone. Se da una parte tagli nei settori sociosanitari, dall’altra si finanziano aerei e armamenti militari.

Non necessità inevitabili ma precise scelte politiche. Si taglia dove c’è un reale bisogno e si investe dove c’è ritorno a livello economico e di prestigio. Ma la cultura, il sociale, l’aggregazione, il sociosanitario non sono dei lussi. Sono ciò che tengono insieme una società: cura, dignità, svago, partecipazione. In modo particolare quello sociosanitario è lavoro invisibile, che regge tutto il resto. E quando lo si indebolisce, si decide chi può stare bene e chi no.

E allora il problema è la coerenza – o l’ambiguità – di queste scelte: si taglia la cura e si eliminano anche gli spazi in cui quella cura prende forma collettivamente. Si indebolisce il tessuto sociale da più lati, finché resta poco su cui reggersi.

Un po’ la stessa logica del sistema bellico odierno, che ritroviamo anche qui: nella sorveglianza, nella repressione del dissenso, nella gestione autoritaria degli spazi e dei corpi, nello stesso modello che decide chi vale e chi è sacrificabile e che ritroviamo tanto nei processi di speculazione urbana quanto nei territori militarizzati, dalla nostra città fino – con tutti gli evidenti distinguo – alla Palestina, centro strategico-militare di tutti i moderni e antichi conflitti, come vediamo proprio in queste ore con il blocco navale della Sumud Flotilla in acque internazionali, mentre la persecuzione genocida verso il popolo palestinese continua inesorabile.

Il Primo Maggio allora non può essere solo celebrazione, dev’essere lotta concreta e presa di posizione: per un lavoro che non sia sfruttamento, per una cultura che non sia mercificata, per servizi che non vengano sacrificati, per spazi che non vengano sgomberati, per una società che non sia basata sul sistema guerra, per relazioni che non siano strutturate sulla forza.

E che questa lotta sia sabbia negli ingranaggi del sistema. E che sia anticapitalista, antifascista, antirazzista, antinazista, antispecista transfemminista e intersezionale!

Sabotiamo e opponiamoci al sistema guerra.

Dignità per tuttx!

Libertà e autodeterminazione per tutti i popoli oppressi nel mondo a partire da questo territorio convenzionalista, disonesto, scorretto e fraudolento!

Un pensiero a tuttx coloro che con il loro corpo e la loro testa, nell’ombra e lontano dalle luci, si oppongono e sabotano il sistema devastatore e che per questo perdono la vita o la loro libertà.

Qui siamo e qui restiamo!

Soa Molino

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