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NEL SOTTOBOSCO C’È NERVOSISMO: un contributo per la Festa di primavera del 30 maggio 2026

NEL SOTTOBOSCO C’È NERVOSISMO[1]

Un contributo per la Festa di primavera del 30 maggio 2026

Il parco del Tassino è sempre stato un luogo di ritrovo per la popolazione, un’oasi nel cemento che ha svolto un ruolo importante nella nostra storia. Già molti anni prima del 1996 al parco del Tassino era diventata tradizione la “Festa di primavera”, che si svolgeva la prima luna piena di maggio. Alcunx amicx stampavano dei volantini per confermarne lo svolgimento, così, in modo spontaneo, senza richiedere permessi, ognunx doveva procurarsi il necessario per passare la serata, fuori dalle logiche commerciali, senza bar né amplificazione; ognunx si portava cibo, bibite e strumenti musicali, per sé e per le altre.

Per molto tempo la festa venne tollerata, ma sabato 5 maggio 1996 una schiera di antisommossa armati di scudi, manganelli, lacrimogeni e proiettili di gomma fu inviata dal municipio di Lugano per punire e disperdere le persone presenti, senza spiegazioni. Quella sera abbiamo reagito, ci siamo difesx e confrontatx con la polizia, gli scontri sono continuati per tutta la notte anche nelle strade attorno. Moltx vennero colpitx e ci furono diversx feritx. Appostatx sulla torre abbiamo incitato alla  resistenza e contrattaccato per opporci a un sopruso, a un abuso di potere, e per affermare la nostra intenzione e il diritto di aggregarci e di occupare un parco, e qualunque luogo pubblico, liberx di organizzarci e gestire autonomamente il nostro tempo, i nostri sogni e le nostre lotte.

La situazione che si era creata ebbe un grande rilievo sulla stampa e innescò un dibattito nell’opinione pubblica. Una parte di essa ci descrisse come fannulloni, drogati, maleducati, mentre una parte consistente e attenta della società civile si mobilitò per dare voce a un bisogno da decenni inascoltato. Il sabato successivo 2’000 persone sfilarono in corteo dalla ex Centrale termica, oggi Cinestar, fino a piazza Molino Nuovo per denunciare la repressione e per richiedere alle autorità la creazione di un Centro sociale autogestito, un luogo, uno spazio dove socialità e cultura potessero esprimersi al di fuori dei circuiti ufficiali, dove gruppi e artisti locali avrebbero potuto sperimentare il proprio talento senza compromessi.

Realtà antagonista, che aveva organizzato la manifestazione, si mise al lavoro. Una parte del gruppo  stilò un progetto da mostrare alle autorità per il bando di concorso dell’ex Centrale termica, un’altra parte del gruppo studiò come organizzare un’occupazione. Com’è facile intuire le autorità non entrarono neppure nel merito della nostra richiesta e così, il 12 ottobre 1996, a conclusione di un corteo, un’occupazione portò alla trasformazione dei Molini Bernasconi, stabile in disuso a Viganello, in Centro Sociale Occupato Autogestito: il Molino.

La festa di primavera di 30 anni fa ha dato forza ed energia vitale a tutta la regione per i decenni a seguire, e il suo riverbero è ancora presente. Mentre varie realtà si organizzano e resistono, e nuove idee emergono nel vuoto lasciato dai pochi spazi che hanno dato respiro a una necessità aggregativa altra, restano valide e inquietantemente attuali le parole scritte da Realtà Antagonista nell’aprile del ’96, 20 giorni prima della repressione al Tassino e 6 mesi prima dell’occupazione dei Molini Bernasconi:

“L’autorità politica si è sempre opposta alla creazione di un vero e proprio centro sociale autogestito, con attività molteplici e differenziate e con la partecipazione di movimenti, associazioni, gruppi e di tutte coloro che sono interessate ad attività socioculturali alternative”.

“Siamo fermamente convinti che la strada per l’ottenimento di un centro sociale autogestito non sia quella paludosa e burocratica, … imposta e voluta dai rappresentanti politici. Ci impegneremo quindi ad esplorare altre vie con l’unico scopo di ottenere al più presto possibile ciò che le autorità non hanno mai voluto concedere. ORA BASTA!!”.

A quasi 30 anni da quell’occupazione, a 5 anni dallo sgombero dell’ex Macello e mentre se ne rimuovono le macerie, siamo, allora come oggi, ancora, di fronte all’incapacità e all’ostilità di rappresentanti politicx che nella loro ignoranza credono di poter reprimere la forza e l’entusiasmo che premono dal basso. Con l’estrema facilità che questa grigia città gli concede, criminalizzano e denigrano tutte le esperienze che non rientrano nei loro canoni e nei limiti della loro legalità. E non abbandonano il tentativo di farci credere che attraverso il dialogo si arriverà a ottenere qualcosa da loro, ma pensando a come si è sviluppato il fatidico dialogo, che da qualche parte hanno trovato, nell’ultimo paio d’anni, appare il quadro dell’ennesima, deplorevole farsa. E intanto candidx si candidano a capitale della cultura…

Ed è proprio di fronte all’impossibilità – morale e pratica – di collaborare con una classe politica ottusa e deplorevole, che si muove all’interno di un sistema che è destinato a collassare, che è fondamentale riprendere in mano la responsabilità totale delle nostre vite, degli ambienti in cui viviamo, delle forme che ci diamo per coesistere. Continuare a praticare autogestione, auto-organizzarsi dal basso, riportare la politica nella quotidianità, responsabilizzarci su ciò che accade e non delegare più a nessuno la nostra esistenza.

Le istituzioni reprimono perché temono la lotta, ma questo non deve impedirci di sognare e di lottare. Perché le idee non si sgomberano e i sogni non si demoliscono, anzi: continuano a seminare, germogliare, fiorire, sbocciare e ri-nascere rigogliose tra le macerie e oltre.

Perché effettivamente nel sottobosco, oltre a un nervosismo degno e ribelle di fronte al ritorno di nuovi fascismi e dell’andare del mondo nelle sue derive guerrafondaie, di precarizzazione e di sfruttamento, covano tensioni e complicità per sovvertire questo stato di cose.

Teniamoci questa festa, riprendiamoci gli spazi, rivendichiamoci questa storia e il suo significato.

La libertà non si mendica, si conquista.

SOA IL MOLINO

[1] 11.5..2026 Rivista di Lugano 21-22 maggio, Roberto Torrente, comandante della polizia di Lugano, prossimo alla pensione e alcuni anni fa coinvolto nel caso “botte al venditore di rose pakistano” (il cui processo ai due sbirri coinvolti è tuttora in fase di appello!), per non aver voluto consegnare le scatole nere delle macchine degli agenti coi dati della geolocalizzazione (in seguito cancellati) e così proteggerli.