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AGGIORNAMENTO PROCESSO AYAZ

Locarno 12.6.2026

… lasciandoci in buona fede sanguinare sul marciapiedi (La canzone del maggio, F. De André)

“È assurdo anche solo pensare che le cose siano andate così”.

Ad affermarlo non è una persona che ha subito delle violenze ma l’avvocato di uno dei due poliziotti a processo per le botte a un ragazzo pakistano, allora venditore di rose, il 1 agosto 2015 nel gabbiotto di polizia della stazione di Lugano.

Si è tenuto ieri al palazzetto Fevi di Locarno – tra controlli di documenti all’entrata e la presenza di un poliziotto in borghese in aula – l’appello per i fatti in questione, a seguito del ricorso presentato dopo l’assoluzione in primo grado dei due agenti (il procuratore generale Pagani dal canto suo lo ha invece ritirato).

Dopo 11 anni di inchieste lacunose, interrogatori costruiti ad arte, ritardi, insabbiamenti, omissioni, dichiarazioni discriminanti e pregiudizievoli sulle origini e la vita dell’accusante e ben due procuratori generali (Noseda e Perugini) lacunosi nel montare l’inchiesta (e un terzo – Pagani – quasi costretto a riaprirla dal Tribunale Federale), all’apparenza nulla di nuovo sotto il sole: la sentenza definitiva sarà emessa nei prossimi giorni, dal giudice d’appello Moreno Capella e, salvo sorprese o improvvise redenzioni, il caso verrà definitivamente archiviato e tutto potrà continuare come prima.

O addirittura meglio, come argomentato da uno dei due agenti coinvolti: in più di 10 anni infatti a Lugano, la presenza di venditori ambulanti o elementi problematici, è diventata pressoché inesistente. Allo stesso modo più nessun luogo di solidarietà e autonomia dove trovare rifugio, cura e umanità nei momenti di difficoltà. Come avvenuto ad esempio, secondo i ricordi dello stesso agente, quando “il venditore di rose provò una sera a suicidarsi nel Cassarate e la polizia dovette intervenire per procedere all’arresto ma quelli del centro sociale uscirono a proteggerlo e negoziarono una presa a carico del pronto soccorso e dei servizi di cura”.

Come buon senso vorrebbe.
Ma al di là che tentare il suicidio in un fiume in secca non è neppure troppo possibile (era inverno…), la strumentalità del racconto è ulteriormente ridimensionata dalla negazione dello stesso: “anche se in realtà non lo so, non ricordo bene, quella sera non ero in servizio e il fatto mi è stato solo raccontato”.

Strumentali fuorvianze o forse solo l’implicita conferma che la pulizia etnico-sociale di ciò che non è omologabile nella normalità bianca, produttiva e benestante della città, ha ormai raggiunto un buon punto. Anche se, chiaramente, c’e sempre margine di miglioramento: ora, a “rovinare” l’immagine e il decoro, sono le risse in pensilina (o a Lugano Marittima..), il disagio giovanile e la violenza politica.

Se dimenticanze e credibilità vanno a senso unico, ecco che il gioco che rende la vittima elemento pericoloso, instabile e facilmente alterabile, diventa fin troppo facile. Come d’altronde conferma lo stanco biascicamento dell’altro avvocato della difesa – Luca Gandolfi – nell’elencare la noiosa e ripetitiva lista dei casi in cui il venditore di rose veniva fermato per dei controlli (prevalentemente futili e di poca importanza).

“La situazione in cui ci troviamo oggi ha del surreale” esordisce l’altro avvocato della difesa, Mara Galliani. “Una situazione surreale e imbarazzante. La versione del ragazzo non è credibile, è contraddittoria, non è affidabile e chi ha subito una violenza brutale non dimentica la dinamica e non si contraddice”. Forse basterebbe semplicemente chiedere a coloro che han subito violenze, stupri e aggressioni (in una lingua e in una cultura profondamente diversa dalla loro) se nel blackout totale del momento, si ricordano perfettamente “chi stava davanti e chi dietro e se il cazzotto arrivava da destra o da sinistra”.

Poi la Galliani rincara, chiedendo : “ma su cosa si devono difendere gli imputati non è oggi ancora chiaro. O quale sia il movente e perché due agenti di polizia avrebbero dovuto agire così”.

Anche in questo caso basterebbe chiedere, senza bisogno di tranciare in un colpo una lunga e nefasta storia di violenze, abusi, botte, morti e discriminazioni di polizia, che nella sola Svizzera, dal caso N’Zoy ucciso dalla polizia alla stazione di Morges nel 2021, ha visto almeno altre 3 persone (Michael Kenechukwu Ekemezie, ucciso dalla polizia il 25 maggio 2025, Camilla, 14 anni morta dopo essere stata inseguita da un agente di polizia, Marvin 17 anni, morto in scooter dopo un inseguimento di polizia) uccise dalle forze dell’ordine in contesti poco chiari.

Casi diversi e non per forza paragonabili ma che di fatto si portano appresso la medesima matrice: quella dell’abuso di potere, della sopraffazione, dell’umiliazione, dell’impunità e di una subdola forma di razzismo istituzionale per cui i corpi non bianchi, non autoctoni, non protetti e marginalizzati si prestano più facilmente a forme di dominazione e di privazione della dignità.

Il caso del venditore di rose pakistano si inserisce perfettamente in questa dinamica. Dinamica per cui dall’uscita pubblica della denuncia veniva controllato più di 20 volte dalla polizia comunale di Lugano per comportamenti apparentemente non adeguati. E se prima della denuncia mai si era aperto una procedura contro di lui, dalla sua uscita pubblica per ben 5 volte ne veniva aperta nei suoi confronti. Con “solo” un semplice esercizio di empatia, forse, si riuscirebbe a sentire almeno una parte di paura, di diffidenza di coloro che vivono certe oppressioni quotidianamente, portandosi addosso lo stigma del colore, della provenienza, (del genere) e della classe sociale.

Ma a risultare “imbarazzanti e surreali” in questa storia sono anche altri elementi: il comandante della polizia comunale Torrente che a suo tempo affermò “che a quell’ora (09.00) non vi furono controlli in stazione” mentre la geolocalizzazione (purtroppo incompleta in quanto solo dalle 08:33) ne asserisce per lo meno la sosta di alcuni minuti nei posteggi nord della stazione. Imbarazzante è la sua ostruzione nel consegnare le scatole nere del veicolo di polizia (e in un secondo momento fornire quelle del 2017 e non quelle del 2015!). Imbarazzante è l’ordine di eliminare tutti i contenuti dei dischi fissi delle scatole nere delle vetture di polizia prima del 2017. Surreali sono i ripetuti “non ricordo” e dimenticanze degli agenti (a loro sì concessi..), tra cui il vuoto completo anche solo del passaggio in stazione il 1 agosto, nonostante la prova del gps. Imbarazzante è l’archiviazione del caso da parte di due PG e il ritiro dell’appello del terzo. Surreali sono i primi interrogatori ai due agenti eseguiti due (2!) anni dopo i fatti, in un’indagine “non immediata, poco seria, approssimativa e superficiale” come ben illustrato dagli avvocati dell’accusa.

“Se ti picchia qualcuno vai dalla polizia ma se ti picchia la polizia da chi vai” rispose due anni fa il ragazzo pakistano alla domanda sul perché non avesse denunciato subito i fatti.

Risposta di una semplicità esemplare, che dovrebbe portare a riflettere su perché certe pratiche di soprusi continuano ad avvenire nell’impunita e nella negazione della violenza da parte di coloro che della violenza ne detengono il monopolio. E se è pur vero che, come asserito dall’avvocato Galliani, alla sbarra c’erano i due agenti e non il corpo (o il pensionato comandante..) della polizia di Lugano a cui, se c’era qualcosa da imputare, andava fatto negli undici anni passati, è altrettanto vero che se non avessero avuto nulla da nascondere o da proteggere, non si capisce davvero il perché dei tanti insabbiamenti, delle troppe mancanze e delle innumerevoli lacune.

A guardare oltre, è probabilmente la dinamica stessa del potere. Dinamica che simili giustificazioni non fanno nient’altro che rafforzare. Facendo leva su quelle forme “ingenue” di stupore per cui “risulterebbe per lo meno strano che due agenti dal nulla e in un giorno così si accaniscano su una persona inerme” (avv. Galliani).

Forme di difesa a priori che generano un sistema di diffidenza, di chiusura e infine di paura, che creano il “colpevole”, il capro espiatorio, la soluzione a tutti i mali: dal traffico, all’aumento delle casse malati, dall’inquinamento, al mal di vivere.

L’accelerazione della banalità, è noto, produce vortici di solitudini e paure. Vortici che confluiscono in un mal di vivere perenne per cui è sempre l’altro il colpevole dell’andamento delle cose., fino a diventare vere e proprie psicosi di difesa territoriale e della razza di fronte a invasioni e amenità simili. Tanto che già all’inizio di questa triste storia, l’allora municipio di Lugano con in testa il defunto sindaco Borradori, si scagliarono con violenza, irridendo le origini e la cultura dell’allora venditore di rose venuto in Svizzera per “farsi soldi e arricchirsi”.

E sono proprio simili forme quelle che portano oggi il consigliere di Stato Gobbi a giustificare e banalizzare una deportazione forzata (quella della famiglia curda espulsa di primo mattino), Forme che arrivano fino al delirio identitario e di supremazia che – tramite un ragionamento contorto e falso, ancora fino a qualche anno fa impensabile – vorrebbero limitare un territorio con un massimo di popolazione.

O forse solo abili strategie politiche che ben indicano lo stato delle cose presenti e di come i marciapiedi continueranno , purtroppo ancora a lungo, a sanguinare.

A meno che…