Bugie, gambe corte e l’irreversibile menzogna del Potere
Parlare di stupore non ci pare corretto. Vorrebbe dire aspettarsi qualcosa dalla giustizia. Ma ci sono momenti storici incui, o per una particolare ricerca della verità o perché la narrazione del potere è talmente contraddittoria e alterata, avvengono delle distorsioni non scontate. La vicenda in questione tocca decisamente la seconda opzione.
A oltre 11 anni di distanza, i due poliziotti della comunale di Lugano, accusati del selvaggio pestaggio (timpano frantumato) e del furto di 140.- ai danni di un ragazzo pakistano che vendeva rose, in stazione a Lugano, il 1 agosto del 2015 (https://molino.noblogs.org/2026/06/13/aggiornamento-processo-ayaz/ ), sono stati infine condannati. Il giudice Moreno Capella ha infatti accolto la tesi dell’accusatore che smontava la credibilità dei due agenti e il reticolato mosaico di menzogne e depistaggi che le istituzioni politiche, giudiziarie e di polizia hanno montato a protezione dei due agenti, accanendosi con ogni possibile mezzo verso una persona già ai margini della società. La condanna ai due agenti, per una volta, cambia il punto di vista, stravolge il menzognero discorso del potere e cambia il lato della “credibilità” (non quella dell’istituzione ma di chi subisce la violenza) e apre un vaso di pandora.
Anche se, per non smentirsi troppo, le pene (solo abuso di autorità senza lesioni semplici e violenza) e la giustificazione addotta (sarebbe passato troppo tempo per stabilire chi gli ha fracassato il timpano), si inseriscono nella prassi accomodante del potere che di fronte all’evidenza dei fatti preferisce dei semplici risarcimenti. Non che si rivendichi la carcerazione ma ci pare emblematico che se “picchi forte e spacchi teste, rubi, menti, infami, accusi chi ha subito e addirittura ti poni nella posizione della vittima per 15 anni”, poi alla fine te la scampi un po’ così, mentre la norma, per persone più isolate e indifese, non è decisamente così, tra carcere preventivo, pene pesanti e carcerazione.
Quello che però dice la sentenza va ben oltre la condanna dei due agenti e non racconta propriamente delle belle cose. La condanna ci dice infatti che:
– il corpo di polizia è violento, bugiardo e che tende a depistare e a manipolare proprio per proteggere il corpo tutto. E che, tale violenza si rivolge in particolar modo contro la parte debole, silenziata e non autoctona, siano esse persone migranti, non bianche, donne, persone transgenere, giovani. Non casi isolati ma una precisa direzione delle politiche securitarie e autoritarie sempre più diffuse e adottate da buona parte dello spettro politico che promuove una pericolosa tendenza che nega razzismo, femminicidi, abusi, oppressioni dando sempre la colpa a chi le violenze e oppressioni sistemiche le subisce;
– che il pensionato comandante della polizia di Lugano Roberto Torrente, per oltre 15 anni e in tutta tranquillità, si è reso complice, manipolando, insabbiando, mentendo e proteggendo una chiara violenza di stato;
– che il defunto sindaco Marco Borradori si è reso complice attivo di tale violenza, proteggendo con una delirante e discriminatoria lettera l’operato della polizia e del suo comandante, infamando e denigrando una persona non gradita al decoro e all’ordine cittadino (come tante e troppe cose non consoni e non conformi lo sono a Lugano!);
– che due procuratori generali (Noseda e Perugini) sono altrettanto complici di tale violenze, incapaci sin da subito di articolare un’inchiesta, accodandosi alle assurde versioni ufficiali, senza neppure scomodarsi a un minimo di decenza di indagine per ristabilire quanto successo quel giorno, tanto che è bastato un semplice calcolo per stabilire che quel giorno la macchina era ben presente e ferma nel posteggio dietro la stazione;
– che l’attuale procuratore generale Pagani, al di là del fatto che si è visto obbligato a riaprire l’inchiesta per la decisione del Tribunale Federale, è altrettanto complice per aver infine abbandonato il ricorso e accettato la giustificazione menzognera degli accusati;
– che il consigliere di stato arroccato e alcool test, Norman Gobbi, che da sempre minimizza e giustifica le violenze di polizia e che, rispetto al venditore di rose, nella trasmissione Patti Chiari che ricostruì bene gli eventi di quel giorno (https://www.rsi.ch/play/tv/patti-chiari/video/cittadini-e-polizia?urn=urn:rsi:video:1556979 ), si limitò a denunciare la non conformità di chi vende le rose in maniera “illegale” (sic!), non solo dovrebbe abbandonare definitivamente il dipartimento giustizia e polizia per manifesta incapacità, ma se ne dovrebbe tornare nelle fogne da cui proviene, da buon fascista qual’è (eh già Norman, “i 2/3 delle persone in prigione sono cittadini stranieri”);
– che buona parte della stampa si è da subito accomodata sulle versioni ufficiali del potere senza cercare di chiarire le circostanze dei fatti, tralasciando di evidenziare la nefandezza del tutto.
Fatti inquietanti di un sistema che si vende come giusto, legale e democratico. Fatti che provano ancora una volta come la tanta decantata democrazia e legalità, non siano nient’altro che una facciata di parte, da usare secondo i propri interessi, comode per giustificare i continui abusi del Potere. Fatti che ci dicono come i vari personaggi in questione che, da tempo gestiscono la cosa pubblica nel nostro territorio, con tutto il loro codazzo di accoliti – affaristi, politici, palazzinari, uomini di potere, corpi di sicurezza – non siano nient’altro che un’accozzaglia indegna di approfittatori, usurpatori, discriminatori patriarcali e razzisti che utilizzano la propria posizione per arricchimenti e fini personali, in quella che è una pratica definita dell’attuale società, le cui uniche soluzioni vertono su divieti, coercizioni, punizioni, controllo e sicurezza.
Da ultimo ci permettiamo di far notare che parte di queste persone sono pure coinvolte nella questione distruzione e sgombero del Centro Sociale il Molino. Ci chiediamo quindi ad esempio come possa essere minimamente presa per credibile la testimonianza del defunto sindaco Borradori. O come l’inchiesta del procuratore generale Pagani, possa in qualche modo far luce sull’articolata struttura di potere che ha ordito e ordinato la violenta distruzione di un luogo che dava troppo fastidio all’ordine costituito e che contro gli interessi truffaldini del potere ha sempre lottato. O perché nessuno chiede all’ex comandante della polizia di Lugano Torrente (che le sera dello sgombero era assente, sic!) che, in un’intervista a laRegione, dice “che la polizia esegue decisioni che talvolta non prende”, chi effettivamente le ha prese le decisioni quella sera.
Domande retoriche e parentesi chiusa. La consapevolezza è che la portata generale delle sentenza non è propriamente facile da assumere. Ci pare importante sottolineare che non si tratta di una semplice condanna a due mele marce che hanno abusato della divisa ma un monito a tutto un sistema di potere marcio che si è voluto auto-proteggere di fronte alla denuncia di un “reietto” marginale, tra false testimonianze, depistaggi, menzogne, false accuse, insulti, razzismo e autoritarismo. Quelle stesse istituzioni che parlano di disagio giovanile e di emergenza migrazioni, instaurando paure e diffidenze, mascherando così i loro interessi personali e le loro incapacità a gestire le problematicità di un sistema ormai alla deriva.
A questo punto a ognunx scegliere in che campo mettersi.
Noi ancora una volta, ci metteremo in quello degli oppressi, delle sfruttate, delle dominate, dei miserabili, degli esclusi di questa società di guerra permanente.
È odio mosso d’amore.
Que se vayan todxs!
SOA il Molino