IL FRUTTETO MARCIO
Scarichi di responsabilità, spalle voltate, dichiarazioni basite e amnesie selettive. La verità è che in tanti, troppi sapevano e nessuno ha fatto niente. Tra varie segnalazioni, accuse e voci che circolano da anni su questa e altre storie, sarebbe difficile credere il contrario. E per tanti si intende politici, giudici, procuratori, giornalisti e i vertici delle rispettive istituzioni. Inutile quindi sbugiardare le dichiarazioni «assolutamente scioccate», di chi finge di cadere dal pero, o chi per difendersi afferma che sapeva ma non era certo che tali accuse fossero veritiere, senza accorgersi che più che di una giustificazione si tratta di un’ammissione di complicità e di colpa.
Si parla di danno di immagine. Ci si chiede che ne sarà della credibilità della politica e delle istituzioni. Ma di quale immagine e di quale credibilità si parla?
Quella di Gobbi che dopo un incidente ubriaco fa nascondere l’auto, si fa rifare l’alcol test per poi, con l’aiuto del comandante Cocchi e dei suoi agenti, secretare l’accaduto? Quella del pestaggio da parte di due poliziotti ai danni di Ayaz (un ragazzo di origine pakistana) e gli 11 anni di inchieste lacunose, interrogatori costruiti ad arte, insabbiamenti, dichiarazioni pregiudizievoli sulle origini dell’accusante? Quella della demolizione illegale notturna dell’ex macello, con tutti i favoritismi e abusi di autorità del caso? Quella degli arrocchi leghisti? Quella del caso Hospita? O del caso TiSin e del ruolo di Aldi e Bignasca? Quella dello spacchettamento dei due voti cassa malati? Quella di Valenzano, la fidinam e i pandora papers? O quella di un municipio che considera di autorizzare una manifestazione nazifascista chiamata ‘’marcia su Lugano’’ perché la libertà di espressione è sacra, mentre condanna e identifica chi protesta contro un genocidio? E si potrebbe andare avanti ancora per molto.
Che bel concetto di democrazia. Che bel concetto di separazione dei poteri.
Per quanto ci riguarda nessuna fiducia tradita, nessuna «onorabilità delle istituzioni» da difendere.
Semplicemente, il solito sconforto davanti all’ evidenza che il potere e le posizioni apicali creano asimmetria e permettono di influenzare chi controlla prendendo decisioni e chi da quelle decisioni dipende. Quindi, di distribuire favori, esercitare pressioni, agire violenza indisturbati, ostacolare indagini, controllare la narrazione pubblica. Le logiche di prevenzione, protezione e punizione non sono uguali per tuttx, perché ci sono vite e reputazioni che valgono di più e altre meno. E non basta affidare la speranza nel buon funzionamento di un sistema all’aspettativa che nessuno abuserà piu del proprio potere.
Questo disappunto si unisce all’irritazione verso una politica ipocrita che tratta la popolazione come una massa di ingenux e che obbliga a risposte di comodo e comportamenti guidati dalla sedia che si sgretola sotto al culo.
Non è questione di sminuire la gravità dei fatti o di «mettere tutta la politica sullo stesso livello», anzi. Ma trattare questo caso nella sua complessità richiede di non considerarlo come un’aberrazione slegata dall’impianto istituzionale per come funziona. Sarebbe come parlare di un qualsiasi caso di violenza domestica come isolato dalla struttura (patriarcale) che invece lo incoraggia: riduttivo. E solleva dall’incombenza di occuparsene in quanto problema ad ampio raggio, oltre che farci perdere l’occasione di ribadire – per l’ennesima volta – che qui ad essere marcia non è la mela ma l’albero, anzi il frutteto, anzi il concetto di frutto.
Ci mancherebbe che Zali fosse restato dov’era, ma di fronte a tutto ciò che è successo accontentarsi delle sue dimissioni non è abbastanza. Non solo, rischia al contrario di fare il gioco di chi di cerca goffamente di dissociarsene, di scaricarlo come la nuova mela marcia su cui riversare tutte le colpe, salvando così la dignità del sistema e delle sue istituzioniche permettono da sempre – a lui e ad altri – di operare violenza, favoreggiamenti e impunità. E sottintende che le istituzioni non abbiano qualcosa di corrotto di per sé, qualcosa che non solo stende il tappeto a dinamiche perverse e giochi di potere, ma che a volte le presuppone.
Il fatto che a capo dell’organo che dovrebbe occuparsi del “rispetto della legge” e della “sicurezza” ci sia un uomo che abusa, percuote e minaccia le donne e che usa la propria autorità per intimidire, è scioccante solo se non si considera che la cosiddetta sicurezza viene imposta proprio con la forza e la violenza (‘’le persone hanno paura solo del dolore fisico’’ cit. per l’appunto). E soprattutto che per sicurezza si intende controllo, repressione e protezione unicamente della parte piu avvantaggiata della società. Difficile operare in questa istituzione (o in determinati partiti) senza un accenno di inclinazione alla violenza e noncuranza, se non disprezzo, verso chi è considerato inferiore. Senza dimenticare che lo stesso ruolo era ricoperto da Gobbi prima del famoso arrocco, con tutto quello che ne è conseguito e ne consegue.
Che un violento, stupratore, manipolatore, misogino e razzista si sia dimesso è il minimo, ma non accontentiamoci e approfittiamo di questa tempesta, perché gli altarini da far cadere sono parecchi. E chi subentrerà (Marchesi) non è da meno.
Non lasciamo che Zali venga designato come l’elemento sacrificabile da colleghi che continueranno a creare campagne sul rispetto della legalità e della democrazia per poi usare il mandato pubblico per fare quello che vogliono. E che per distrarre dai veri problemi continueranno a lamentarsi della carne halal, delle moschee, della scomparsa del natale, del “bdsm al posto della bibbia” come i mali che stanno mandando alla deriva la società. Che andranno avanti a battersi contro l’ideologia gender da loro inventata per promuovere la fiaba della famiglia tradizionale. Quella fatta da un uomo che comanda e una donna che obbedisce, partorisce e sta zitta. Anche sotto le botte. E che continueranno ad allarmare riguardo a migranti «illegali» che stuprano le «nostre donne» quando i dati – e questa situazione – ci dicono che la maggior parte delle violenze di genere provengono da partner o conoscenti (svizzeri perlopiù) e non da un migrante in un vicolo. Dove sono le accuse rispetto alla cultura in cui agisce Zali? Solo le persone razializzate ne possiedono una? Allora cosa stanno cercando di proteggere dalla fantomatica ‘’grande sostituzione etnica’’?
Altri invece continueranno a raccontarsi che esistono poteri buoni, che basta raschiare via la muffa o potare qualche ramo, in attesa del prossimo inevitabile dramma da chiamare scandalo.
Chiedere le dimissioni di Zali e rivendicare l’assoluta delle istituzioni come fatto dal co-presidente del PS e lasciare tutto il resto allo stesso posto, ci sembra un esercizio decisamente incompleto, non cambierà niente. Quel sistema patriarcale e razzista, di arricchimento personale, produttore seriale di discriminazioni e di oppressioni di genere, di provenienza e di classe, continuerà a riprodursi inesorabilmente.
No, qui occorre un cambio drastico e urgente. Per farla finita con la guerra all’umano e alla natura. E ad andarsene, farebbero meglio ad essere in tanti.
Que se vayan todxs insomma, come dicevano sulle barricate delle strade argentine nel 2001.Que se vayan todxs!
P.S: Più che di “1984” – sempre più preso a sproposito ribaltandone le visioni – si dovrebbe parlare di “Banalità del male” e di come tutto diventi scontato, parte di una logica di violenza e sopraffazione guerrafondaia che diventa un modus operandi della consuetudine. Una sorta di “Zona di interesse” in cui si convive tranquillamente e a proprio agio – coniugato alla possibilità del benessere dei consumi e della merce a disposizione – con il “male”, l’abuso, l’oppressione, la discriminazione…
SOA IL MOLINO